Ammetto che fino a diversi mesi fa non conoscevo questo fenomeno. E’ stato grazie alla mia collega e amica Chiara Illiano, attualmente coordinatrice Area Psicologica Associazione Hikikomori Italia per il Lazio, che ho potuto incontrare il tema e approfondirlo. Il termine Hikikomori deriva dal Giappone e letteralmente significa “stare in disparte”. Viene utilizzato per definire quelle persone, soprattutto adolescenti, che decidono di loro spontanea volontà di ritirarsi dalla vita sociale e di isolarsi dal mondo esterno. Si parla di fenomeno sociale perché Hikikomori nasce dalla società, in particolare da quelle società economicamente ben sviluppate che agiscono sugli adolescenti una notevole pressione in termini di aspettative di performances eccellenti nelle varie sfere di vita da quella lavorativa a quella relazionale senza dare nulla in cambio in termini di certezze relative al futuro e senza nessuna considerazione del singolo individuo. Queste persone si rifugiano nella loro casa o nella sola stanza da letto interrompendo gli studi, il lavoro, gli hobbies, le amicizie e le relazioni; le situazioni possono diventare sempre più complesse col passare del tempo fino a cronicizzarsi col rischio di sviluppare psicopatologie di diverso tipo. Si può solo immaginare il disagio che questa condizione riversa su tutta la famiglia la quale si trova a vivere situazioni di forte preoccupazione, senso di impotenza, dolore profondo. Avrò modo di parlare della famiglia nel fenomeno Hikikomori perché essa merita una riflessione a parte come campo di intervento, caratteristiche e anche “aggancio” nei confronti del giovane.
Il fenomeno è ancora sconosciuto ai più.
Nasce in Giappone ma è diffuso in tutto il mondo anche se con differenze tra un paese e l’altro e l’Italia ormai ha raggiunto numeri che non giustificano più la non conoscenza almeno tra gli specialisti. Si confonde spesso con altre condizioni come la “nevrosi da ritiro” o la “sindrome da rifiuto scolastico” ma è ben altro.
Il termine venne utilizzato per la prima volta dallo psichiatra giapponese Tamaki Saito.
Generalizzando si possono trovare aspetti comuni tra i giovani Hikikomori: ad esempio un padre assente; la classe sociale della famiglia è medio/alta e elevato è il grado di istruzione; madre eccessivamente emotiva ecc. Generalmente il giovane sente questa enorme pressione derivante dalla famiglia e più in generale dalla società le quali vogliono che si sia il migliore, il vincente, quello con ottimi voti a scuola o all’università, quello che ha successo coi compagni. Il giovane cerca semplicemente e drammaticamente di uscire da questo gioco e in questa scelta ha un ruolo attivo. Non solo la società ci prospetta un futuro incerto ma valorizza l’apparire dando poco o nessuno spazio all’individualità del singolo.
C’è molto altro da dire e approfondire sul fenomeno Hikikomori ma in questa riflessione voglio fermarmi su quanto detto da Tamaki Saito : chiunque può diventare Hikikomori! E la condizione non è del ragazzo ma di tutti noi.
In uno dei suoi articoli la Illiano pone proprio questo interrogativo che io ti ripropongo:
“ti è capitato mai di fantasticare di fuggire da questo mondo e godere di una pausa?”

