La fotografia è soltanto uno degli innumerevoli mediatori artistici che il terapeuta può scegliere di utilizzare nel suo lavoro con il paziente. Attualmente è il mio preferito! Amo scattare foto, da sempre, e non mi separo mai dalla mia reflex. Mi piace molto sfogliare gli album fotografici della mia famiglia o dei miei viaggi ma anche vedere le foto di altre persone, di altre famiglie, di altre storie. Le fotografie aiutano le persone ad entrare in contatto con i propri sentimenti, col mondo emotivo e dei ricordi. Scelgo di utilizzare la fotografia soltanto con alcuni pazienti; con qualcuno scelgo di lavorare sugli album di famiglia, per qualcun’altro sento l’importanza di costruire immagini autobiografiche ma i lavori possono andare in infinite direzioni dettate dalle caratteristiche della persona e dagli obiettivi terapeutici. Mi sono sicuramente ispirata al lavoro di Judy Weiser * su quella che lei chiama “fototerapia” per cui le fotografie diventano strumenti terapeutici utilizzati in diverso modo: la Weiser propone per esempio il lavoro con gli autoritratti; oppure il lavoro con le fotografie del paziente scattate da altri; oppure la riflessione sulle fotografie scattate o collezionate dai pazienti; il lavoro con gli album fotografici di famiglia e molto altro. Judy Weiser mostra come la forza catalizzatrice dell’immagine fotografica sta nel suo rievocare il simbolico personale del paziente e aiutarlo a far riemergere emozioni e vissuti. Spesso in terapia l’immagine fotografica viene utilizzata a sostegno di una comunicazione verbale non sufficientemente efficace.
La potenza di questo strumento sta nella sua capacità di fermare il tempo e di impregnarsi emotivamente dei vissuti del paziente. A un occhio attento, la foto di un paziente può mostrare molto del suo sistema di valori, le aspettative verso se stesso e il mondo; si possono esplorare tematiche quali l’accettazione e l’autostima e il confronto con la propria immagine interiore ed esteriore. Il lavoro con l’immagine fotografica permette di entrare direttamente nel mondo interno dell’individuo favorendo un dialogo tra la persona e la propria immagine.
Come gestaltista utilizzo molto fotografie che mostrano in qualche maniera le polarità opposte della persona, solo per fare qualche esempio, la parte giudicante e la parte giudicata, la parte ligia al dovere e quella volta al piacere…e così via. Noi siamo costituiti di tante parti ma molte sono chiuse a chiave in qualche soffitta della nostra anima, altre “bastonate”, non accettate, rifiutate. Il lavoro che faccio in questo caso attraverso le foto è un lavoro di dialogo tra le parti che abbia l’obiettivo innanzitutto di una reciproca conoscenza per arrivare ad una possibile integrazione. Mi piace molto commissionare delle foto che riguardano emozioni che per la persona sono difficili da accettare o vivere o insomma con cui non riescono a prendere contatto: sottolineo qui che non esiste, come molte persone riportano, il non sentire l’emozione…esiste il non entrarci in contatto. Dalla mia esperienza clinica trovo molto interessanti le produzioni che il paziente fa di foto che riguardano l’immagine corporea, come credono di presentarsi al mondo e come questa immagine possa essere simile o diversa all’immagine privata, come si vedono nella loro intimità…il famoso confronto fra mondo pubblico e privato. Insomma i lavori con l’utilizzo delle foto possono andare in infinite direzioni e avrò altre occasioni per parlarne.
* Judy Weiser “Fototerapia. Tecniche e strumenti per la clinica e gli interventi sul campo.” (Ed. Franco Angeli 2013)

